La Liberazione

Tratto da:

1943 - 1945 La liberazione in Toscana - la storia la memoria Giampiero Pagnini editore 1994

 

Scarperia

Scarperia non ha avuto un posto preminente nell'ambito del movimento di Resistenza mugellano. Durante il Ventennio nel Comune mancò una solida presenza antifascista e anche nel periodo della lotta armata non avvennero importanti iniziative autonome. Nei mesi di aprile e maggio del 1944 alcuni antifascisti locali, in collegamento con il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) di Borgo San Lorenzo, cominciarono ad organizzarsi per creare un gruppo partigiano. È del 6 giugno l'azione partigiana più rilevante; quel giorno venne ucciso 'sul viale Dante, ai limiti del centro storico di Scarperia, l'ing. Emilio Paoletti responsabile di zona per la Todt. Nel corso dell'azione perse la vita anche un ufficiale delle SS e rimase gravemente ferito il partigiano Romolo Marelli. Questi riuscì a trascinarsi fino alla casa colonica Serenai, dove fu soccorso e trasportato all'ospedale di Luco di Mugello; morì tre giorni dopo. A pochi chilometri dal paese vi era la Linea Gotica. Nella zona di Panna, confusa e mimetizzata fra altre fortificazioni, esisteva anche una base di lancio dei missili V2; questa venne individuata dagli informatori alleati e distrutta da un bombardamento. Dopo alterne vicende, dovute anche a contrasti all'interno delle forze antifasciste, nell'agosto 1944 venne definito l'organico del C.L.N. di Scarperia; esso risultò formato da Pietro Biancalani, Andrea Pasinetti, Salvatore Cordiano; comandante militare fu nominato Mario Ignesti; la propaganda, l'amministrazione ed i collegamenti vennero affidati a Niccola Buffi. Ai primi di settembre del '44 gli abitanti di Sant'Agata vennero fatti sloggiare, armi alla mano; dovevano trasferirsi a Bologna, ma di fatto molti si dispersero oltre i passi del Giogo e della Futa; altri si nascosero nei dintorni aspettando il momento buono per tornare alle loro case. Per fortuna venne concesso che nella vicina Fagna si istituisse l'ospedale civile per i malati del Comune.

L'abitato di Scarperia, come gli altri centri del Mugello, fu liberato 1'11 settembre. Il fatto venne descritto in una relazione sull'attività del gruppo partigiano di Scarperia: "Il giorno 11 settembre 1944 divisi in due squadre [i partigiani] fiancheggiano la strada San Piero-Scarperia, catturano soldati tedeschi annidati.

Incontrate pattuglie americane che avanzano, i nostri servono da guida e viene occupato il paese, dopo aver fatto battere dalle artiglierie alleate le posizioni nemiche apprestate avanti del paese". I patrioti ebbero un ruolo importante anche nella liberazione del resto del territorio comunale, guidando le truppe alleate verso le postazioni tedesche saldamente attestate sulla Linea Gotica e combattendo in prima linea a fianco del 338° Reggimento della V Armata americana. Questo venne impegnato dal 13 settembre in duri e sanguinosi scontri che durarono fino al 18, quando furono conquistate importanti posizioni strategiche del Monte Altuzzo, infrangendo la linea Gotica e aprendo il varco appenninico del passo del Giogo.

Da ricordare che l'offensiva costò la vita a 290 soldati alleati. Passata la guerra, si trassero le somme e ci si accorse che a Scarperia non si erano sperimentati e vissuti gli orrori che tanti altri paesi viciniavevano dovuto subire. Il paese, pur saccheggiato e depredato di ogni cosa, era in piedi e la vita riprese più agevolmente che altrove.

Dopo la liberazione il C.L.N. nominò sindaco il dott. Giovan Battista Diani, socialista. A lui successe il prof. Luigi Noferini (PCI), e successivamente Fausto Fiori della (DC); alle prime elezioni amministrative del 7 aprile 1946 il PSIUP e il PCI uniti ebbero la maggioranza ed espressero il sindaco nella persona di Francesco Pini, socialista. Scarperia, famosa per il suo tipico artigianato dei ferri taglienti, ha voluto stringere un patto di gemellaggio con la cittadina francese di Laguiole, anch'essa produttrice di coltelli di grande

fama, iniziativa che ha portato il Comune direttamente a contatto e a confronto con la realtà europea.

Elezioni amministrative (sistema maggioritario), turno del 7 aprile 1946:

Socialcomunisti voti 2237 (56, 7%); D C voti 1705 ( 43,3%)

Elezione per l'Assemblea Costituente, 2 giugno 1946:

DC voti 1485 (35,7%); PCI voti 912 (21,9%); PRI voti 24 (0,6%); PSIUP voti

1418 (34,1%); UDN voti 39 (0,9%); UQ voti 190 (4,6%); Altri voti 96 (2,3%)

Referendum Istituzionale, 2 giugno 1946:

Repubblica voti 2729 (69,1%); Monarchia voti 1222 (30,9%).

 

San Piero a Sieve

"lo sono vivo - scriveva alla curia fiorentina Don Antonio Boschi, pievano di San Piero a Sieve il 16 settembre 1944 - nonostante giorni e notti terribili. Nella notte dall'8 al 9 settembre tante cannonate furono tirate sul paese; la chiesa e la canonica non subirono danni.

Però i tedeschi, facendo saltare il ponte sul torrente (unito alla chiesa) causarono gravissimi danni sia alla chiesa che alla canonica. Io da venti giorni dormo in cantina dove costudisco anche l'immagine della Madonna. Potei avere contatto con le autorità tedesche ed impedii che nel mio Comune si facessero rastrellamenti e deportazioni di uomini".

Già all'inizio dell'estate di quell'anno, con l'avvicinarsi del fronte, la popolazione aveva abbandonato i centri abitati riversandosi nelle campagne per mettersi al riparo dalle angherie delle truppe di occupazione e dagli attacchi aerei degli Alleati che, per ostacolare la ritirata tedesca, bombardavano quotidianamente le vie di comunicazione.

Durante quel periodo numerose furono le vittime civili. Le elenca, invitando "tutti e specialmente i giovani a ricordarle e a serbare per loro la gratitudine che loro deve la nuova Italia", un numero unico intitolato "Liberazione di San Piero a Sieve", datato 16 settembre 1945: Bruna Orsini, Emilia Poggi, Francesco Giani, Emilio Luchi, Vasco Chirsi, Bruna e Marisa Chiesi e Anna Maria Margheri, deceduti in seguito a bombardamento; Emilio Villani, Angiolo Cavaciocchi, Giovanna Taiuti, Rosa Baldini, Giocondo Nutini, Luigi Degl'Innocenti, Quinto Tagliaferri e Giovanni Berti, uccisi dallo scoppio di mine e granate.

La pubblicazione sottolineava inoltre che "la festa della Liberazione che doveva celebrarsi il giorno 10 settembre è stata rinviata al 16 in attesa che una certa marchesa abbia potuto raccogliere l'uva dei suoi campi. A parte il fatto della poca fiducia che ci offende, domandiamo alla nobildonna perché non cercò di rinviare anche l'occupazione tedesca, visto che avvenne nel periodo della vendemmia". Frase che al di là del fatto specifico, costituisce una significativa testimonianza della voglia di cambiamento che la guerra e le sofferenze patite avevano ingenerato nella popolazione.

In effetti San Piero a Sieve fu liberato il 10 settembre 1944 dalle truppe americane, alle quali aveva fornito le necessarie informazioni logistiche per l'avanzata un gruppo di partigiani della Divisione Potente. Lo stesso numero ricorda la presenza nella zona di San Piero della 303a Squadra del Partito d'Azione e del suo organizzatore e animatore, Aldo Fedi; catturato il 10 giugno 1944 dai tedeschi, dopo esser stato interrogato dalle SS, fu avviato al campo ai concentramento di Fossoli e da qui deportato a Mauthausen, da cui non fece ritorno.

Per qualche mese, prima di essere consegnato ai parenti, il cimitero di San Piero accolse il corpo di un giovane partigiano, Domenico Trefilò; una menzione particolare merita anche il sampierino Silvano Stefanacci che continuò la lotta contro i nazifascisti e morì combattendo per la liberazione di Milano. La guerra ed il passaggio del fronte provocarono nel Comune, come in tutto il Mugello, gravissime distruzioni: linee ferroviarie, ponti, acquedotti, silos granari, elettrodotti, cabine elettriche e opere pubbliche furono duramente colpite. Gravi danni patì anche l'agricoltura.

Questa era la situazione all'indomani della liberazione; il Comitato di Liberazione Nazionale pose mano alla ricostruzione, nominando la Giunta municipale così composta: ing. Vieri Bencini, sindaco; Piero Bini, Raffaello Bini, Luigi Romei, Luigi Lorenzi, dott. Neri Corsini, Don Antonio Boschi, assessori. La costituzione della Giunta venne poi ratificata dal cap. Twilly, rappresentante del Governo Militare Alleato. Nel dicembre 1944 venne nominato sindaco Femando Frandi, sostituito, nel novembre 1945 da Gino Parigi.

Nel marzo 1946 si svolsero anche a San Piero le prime elezioni amministrative, in seguito alle quali fu eletto, a capo di una giunta socialcomunista, Gino Dreoni.

Tale maggioranza non è più cambiata ed ha espresso nel corso di questi anni varie Giunte municipali guidate da Franco Ottanelli, Luigi Baggiani, Enrico Ricci e Mauro Dugheri.

Elezioni amministrative (sistema maggioritario), turno del 24 marzo 1946:

Socialcomunisti voti 1431 (78,5%); DC voti 391 (21,5%)

Elezione per I.Assemblea Costituente, 2 giugno 1946:

DC voti 309 (15,0%); PCI voti 688 (33,5%); PRI voti 38 (1,8%); PSIUP voti

818 (39,8%); UDN voti 25 (1,2%); UQ voti 94 (4,6%); Altri voti 83 (4,0%)

Referendum Istituzionale, 2 giugno 1946:

Repubblica voti 1598 (81,7%); Monarchia voti 357 (18,3%)

Firenzuola

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, nel territorio del Comune di Firenzuola operarono formazioni partigiane composte da giovani antifascisti del Mugello e dell'area Imolese. La Il Brigata Carlo Rosselli di Giustizia e Libertà e la XXXVI Brigata Garibaldi compirono azioni di guerriglia e sabotaggio. La prima, nelle zone di Peglio, Firenzuola e Moscheta, mentre la seconda si distinse per numerosi interventi a Casetta di Tiara, Firenzuola, San Pellegrino, Rapezzo, Tirli, Coniale, Bordignano e Piancaldoli.

La Linea Gotica, costituita da valide ed efficaci difese naturali, oltre che artificiali (fortificazioni, casematte, valli anticarro e zone minate), rappresentò per gli americani (V Annata guidata dal gen. Clark) e per gli inglesi (VIII Armata guidata dal gen. Leese), un ostacolo difficilmente superabile.

Scontri si ebbero in tutto il territorio comunale, che fu teatro di numerosi e gravi fatti di guerra fra partigiani e tedeschi. Firenzuola, geograficamente situata al centro di un'amena valle, sul fiume Santerno, fu ritenuta strategicamente vitale dalle forze alleate ai fini della loro avanzata; inoltre, sembra che gli Alleati avessero avuto notizia di carri armati nemici e contingenti di truppe nascosti sotto i portici della cittadina. Pertanto, il 12 settembre, i bombardieri B29 compirono una pesante incursione sul capoluogo; l'opera distruttrice fu poi conclusa da un violento cannoneggiamento. Il grazioso paese venne quasi interamente cancellato; i documenti della prefettura di Firenze indicarono Firenzuola come "il paese più sinistrato della provincia, a causa di eventi bellici". Tuttavia non vi furono vittime, avendo i tedeschi provveduto ad evacuare la popolazione che, secondo un loro preciso piano, doveva portarsi a Medicina (Bologna).

Il 17 settembre, dopo una cruenta battaglia che causò gravissime perdite da entrambe le parti, gli Alleati sfondarono al Passo del Giogo. Pochi giorni dopo, esattamente il 19, alle ore 16, le prime unità americane di fanteria misero piede in Firenzuola. Entrandovi i soldati si muovevano con circospezione tra edifici sventrati e minati; si distinguevano a stento le strade sotto le macerie che le ricoprivano. La disperata situazione del paese fu affrontata dagli amministratori con impegno ed alacrità.

Infatti, già il 24 febbraio 1945, assunse la funzione di commissario prefettizio Giuseppe Ceccherini. Vennero adottate deliberazioni urgenti per la soluzione dei problemi e delle situazioni più difficili, attingendo per le spese dai fondi messi a disposizione dal Governo Militare Alleato, il cui primo stanziamento fu di lire 590.000. Con deliberazione del 3 maggio, ad Alberto Ceccarelli fu affidato l'incarico di presiedere l'ufficio di propaganda per la ricostruzione.

Da parte del governo centrale, nel dicembre 1945, il Comune di Firenzuola fu incluso nell'elenco di quei Comuni che, danneggiati dalla guerra, erano obbligati a dotarsi dello strumento urbanistico per la ricostruzione. La gravità della situazione e l'enormità dei problemi, impose agli amministratori che si stabilissero alcune priorità.

Il problema della casa venne "risolto" mediante predisposizione di baracche di legno e di lamiera che caratterizzarono a lungo l'aspetto del paese.

Il 23 gennaio 1946 il dott. Bernardo Galeotti venne nominato commissario prefettizio; i suoi primi atti furono estremamente importanti per la ricostruzione del Comune: egli affidò al Consorzio di Bonifica del Bacino Alto Santerno l'incarico di progettare ed eseguire la ricostruzione delle opere pubbliche non aventi carattere edilizio; successivamente incaricò per la compilazione dei progetti di ricostruzione dell'abitato di Firenzuola, gli architetti Athos Albertoni e Primo Saccardi; infine deliberò l'acquisto dei ruderi del castello denominato La Rocca, per la somma di lire 250.000.

Il 17 aprile 1946 fu effettuato lo scambio delle consegne fra il commissario Galeotti ed il sindaco Amerigo Acconci. Il piano di ricostruzione, in virtù anche degli interventi statali abbastanza dilazionati nel tempo, ebbe un'attuazione lenta e laboriosa, anche perché Firenzuola doveva essere ricostruita ab imis fundamentis.

Elezioni amministrative (sistema maggioritario), turno del 7 aprile 1946:

Socialcomunisti voti 2734 (52,5%); DC voti 2475 (47,5%)

Elezione per l'assemblea Costituente, 2 giugno 1946:

DC voti 2586 (43, 7%); PCI voti 1327 (22,4%); PRI voti 58 (1,0%); PSIUP voti 1484 (25, 1 %); UDN voti 93 (1,6%); UQ voti 146 (2,5%); Altri voti 222 (3,8%)

Referendum Istituzionale, 2 giugno 1946:

Repubblica voti 3571 (66,3%); Monarchia voti 1815 (33, 7%).

Vicchio

La notizia della caduta di Mussolini si diffuse a Vicchio già dalla sera del 25 luglio e fu accolta da esplosioni spontanee di gioia popolare. Gli operai pendolari di ritorno da Firenze, dettero vita ad un corteo improvvisato lungo il viale della stazione fino al centro abitato. Alcuni antifascisti issarono sul balcone del Comune la bandiera tricolore. Alla breve speranza di pace seguì il timore per l'occupazione tedesca. La popolazione si prodigò in uno straordinario moto di solidarietà verso i giovani soldati che avevano abbandonato le divise e gli ex prigionieri fuggiti dai campi di prigionia.

Sin dall'armistizio, fu subito chiara la necessità di immediate risposte militari all'invasione tedesca e si moltiplicarono anche a Vicchio piccoli nuclei partigiani. Un gruppo si formò a Villore, sotto la guida di Orlando Recati, che il seguito venne arrestato e deportato in Germania. Un altro fu organizzato a Mal nome, sopra Gattaia da Bruno Gasparrini; esso nel gennaio si unì con il gruppo partigiano stanziato sul Monte Morello dando vita alla formazione Checcucci.

Nei primi mesi del '44 esisteva già un Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) di cui faceva parte anche un rappresentante dei coloni, Ottavio Grifoni, a testimonianza dello stretto legame tra lotta partigiana e mondo contadino che caratterizzò la resistenza mugellana e vicchiese.

Il 25 febbraio del '44 si riunirono sotto il palazzo comunale di Vicchio oltre 250 contadini che protestavano contro le angherie dei fascisti. La manifestazione trovò immediato riscontro in numerose azioni di sabotaggio degli ammassi di grano e nell'attività delle bande partigiane. Il 6 marzo, ir ne, ebbe luogo l'attacco e l'occupazione del centro abitato di Vicchio ad opera dei partigiani di Checcucci e della Faliero fu un episodio importante della Resistenza che consentì di allentaI pressione fascista sulla città di Firenze.

La reazione non si fece attendere. Centinaia di militi della Guardia Nazionale Repubblicana affluiti da Firenze invasero il paese. Molti furono gli arresti. Alcuni giovani furono processati a Firenze; sette furono condannati a morte e cinque di questi fucilati il 22 marzo al Campo di Marte a Firenze.

Ma l'attività partigiana era ormai incontenibile; godeva dell'appoggio dei contadini. Nel luglio i partigiani decisero di sabotare la raccolta del grano per impedire ai nazifascisti di  approvvigionarsi. La repressione fu, ancora una volta, durissima: a Padulivo, fra il 10 e l'11 luglio, le ss della Goering catturarono e fucilarono 15 ostaggi.

La Liberazione di Vicchio, come quella degli altri paesi del. Mugello, avvenne sotto il. comando dei C.L.N. e coincise con l'offensiva alleata contro la Linea Gotica durante la prima decade di settembre.

Gravissimi furono a Vicchio i danni causati dalla guerra alle infrastrutture civili, alle abitazioni e alle maggiori testimonianze architettoniche. Le due antiche torri medievali agli ingressi del centro abitato furono rase al suolo.

Nel settembre il C.L.N. nominò la Giunta comunale che fu presieduta dal sindaco Guido Boccaletti. In seguito alle elezioni amministrative del  1946 si formò una solida maggioranza di sinistra, che espresse la Giunta, alla cui guida fu eletto Attilio Daspri. In seguito a dimissioni fu sostituito da Manlio Poggiali che guidò il Comune fino al luglio '57, sostituito poi da Mario Becchi. A questi successe Giglio Cadas e poi Muzio Cesari, Roberto Berti, Ubaldo Salimbeni e Alessandro Bolognesi.

Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati da grandi sconvolgimenti economici e sociali. La popolazione quasi si dimezzò rispetto al cinquantennio precedente a causa dell 'esodo dalle campagne.

Una figura di primo piano nella storia di Vicchio nel dopoguerra è sicuramente quella di Don Lorenzo Milani, che operò dal 1954 al 1967 nella piccola frazione di Barbiana, esercitando una grande influenza sulla Chiesa e sulla pedagogia.

Al 1981 risale il gemellaggio con la cittadina di Tolmin in Slovenia.

La tragedia della guerra nella ex Jugoslavia ha rafforzato i legami di solidarietà con quelle popolazioni, originando iniziative volte a portare un aiuto concreto a quella gente, a cui hanno partecipato tutti i cittadini vicchiesi.

Elezioni amministrative (sistema maggioritario), turno del 24 marzo 1946:

Blocco Democratico della Ricostruzione (Socialcomunisti) voti 4612 (77;8%); DC voti 1312 (22,2%)

Elezione per l'Assemblea Costituente, 2 giugno 1946

D C voti 1236 (20,4%); PCI voti 1972 (31,8%); PRI voti 38 (0,6%); PSIUP voti 2537 (40,9%); UDN voti 93 (1,5%); UQ voti 132 (2, 1%); Altri voti 165 (2,7%)

 

Referendum Istituzionale: 2 giugno 1946

Repubblica voti 4817(80,9%); Monarchia voti 1136(19,1%)

 

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