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Sommario
Filippo Anfuso
Filippo Anfuso, siciliano, nato nel 1901 e morto
nel 1963, amico del Ministro degli Esteri fascista Galeazzo Ciano e suo
primo collaboratore, fu indicato fra i mandanti dell'assassinio dei
fratelli Rosselli e durante la Repubblica sociale fu ambasciatore
presso la Germania nazista di Hitler.
Nell'espletamento del suo mandato fu condannato a
morte in contumacia nel 1945 dall'Alta Corte di Giustizia di Roma per
collaborazionismo con i nazisti e per crimini fascisti.
Fu assolto con una discussa e contestatissima
sentenza della Corte d'Appello di Perugia nel 1949 per il suo
coinvolgimento, in virtù del suo ruolo di primo
collaboratore del Ministro degli Esteri fascista Galeazzo Ciano,
nell'assassinio dei fratelli Nello e Claudio Rosselli, esuli in
Francia. Che combattevano il fascismo. Furono massacrati a Parigi nel
1937 su mandato del Servizio di Informazioni militare.
Mimmo Franzinelli, studioso dell'Italia Fascista,
lo descrive come «il sottopancia di Ciano». E
racconta che la sua assoluzione a Perugia fece seguito a tante altre
assoluzioni «perché molti magistrati di quella
procura erano debitori di Piero Pisenti, ministro fascista della
Giustizia».
Per Tito Gandini “Anfuso è
stato l'ultimo ambasciatore della repubblica di Salò a
Berlino, rappresenta l'epoca di più alto connunbio, di
maggiore compenetrazione, di simbiosi filosofica tra fascismo e
nazismo, in un momento in cui Mussolini aderì all'ideologia
dell'olocausto per quelle che definì essere "ragioni
politiche". E’ stato parlamentare ed è morto
d'infarto proprio in Parlamento; nel 2002 il comune di Catania gli ha
dedicato una strada.
Nelle pagine dell’ Universitè
de Toulouse Le Mirail
M.I.R.E.H.C. Memoires Identitès Representations Histoire
Comparative de
l'Europe
potete trovare altre informazioni interessanti (in
francese) sul periodo immediatamente successivo alla liberazione
dell’Italia; il titolo è:
L'épuration en Italie après la chute du fascisme
di Philippe FORO del quale qui sotto trovate un estratto.
......
B) L'épuration politique
et administrative.
Le 18 septembre 1944, le
gouvernement Bonomi créait une Haute Cour afin de juger les
plus hautes personnalités du régime fasciste, du
moins celles qui avaient pu échapper au règlement
de compte entre fascistes du procès de Vérone en
janvier 1944, et celles qui ne furent pas
exécutées sommairement au printemps 1945. Le
gouvernement avait jugé pertinent de créer une
nouvelle institution vierge de tout passé fasciste. Elle fut
composée de magistrats et de personnalités
à la "vie publique et morale irréprochable.
Nombre de personnalités furent jugées par la
Haute Cour. En voici une liste non exhaustive:
......
-Filippo Anfuso,
diplomate, ami de Galeazzo Ciano, ambassadeur à Budapest,
accepta le poste de ministre des Affaires Etrangères de la
République Sociale Italienne. Cela lui valut une
condamnation à mort qui fut commuée en
réclusion à perpétuité.
........
Des libérations interviennent très tôt
après le décret d'amnistie: le 26 juin, Santo
Emanuele, officier des carabiniers ayant participé
à l'organisation du meurtre des frères
Rosselli; le 28, le diplomate Fulvio Suvitch; le 29,
Francesco Jacomini, ancien gouverneur d'Albanie; le 30, Alessandro
Chiavalini, secrétaire particulier de Mussolini; le 2
juillet, Nicola Sansanelli, secrétaire du PNF à
Naples; le 6, Agnesi, secrétaire du PNF à
Crémone. Le général Pariani, Luigi
Federzoni et Giuseppe Bottai sont amnistiés en 1947,
Vincenzo Azzolini en 1948, le général Roatta et
Filippo Anfuso en 1949. Sur 12 000 détenus au
moment de l'amnistie, il n'en reste plus que 7000 le 31 juillet 1946,
2000 un an plus tard, un millier en 1950, quelques dizaines en 1953.
L'amnistie de 1946 est complétée par un
décret du 7 février 1948, signé par
Giuseppe Grassi, Garde des Sceaux et par Giulio Andreotti,
sous-secrétaire d'Etat à la Présidence
du Conseil, qui autorise l'extinction des poursuites encore en cours,
sauf cas particulièrement symbolique (voir le
maréchal Graziani). Enfin, les 18 et 19 décembre
1953, le Parlement votait une amnistie définitive.
La
banda Carità
Una piccola cronologia:
24/07/1943 - Con 19 voti su 28 il Gran Consiglio
del Fascismo dichiara la caduta del governo Mussolini, accusato di aver
trascinato il paese in una guerra disastrosa: il comando delle Forze
Armate passa al Re Vittorio Emanuele III.
25/07/1943 - Il maresciallo Pietro Badoglio viene nominato dal Re capo
del Governo.Mussolini viene arrestato e i detenuti politici ottengono
la libertà. L’Italia rimane in guerra ancora
formalmente alleata con la Germania.
12/09/1943 - Sul Gran Sasso Mussolini viene liberato da paracadutisti
tedeschi.
17/09/1943 - A Firenze la 92a legione della Milizia Volontaria
Sicurezza Nazionale; a capo dell’«Ufficio
politico investigativo» viene messo Mario Carità.
18/09/1943 - Mussolini annuncia da Monaco la nascita del PFR Partito
Fascista Repubblicano.
23/09/1943 - Nasce la Repubblica Fascista dell’Italia
settentrionale con sede del governo a Salò sul Lago di Garda.
Fino dal 17 settembre 1943 si era ricostituita a
Firenze la 92a legione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. La
92 a legione creò al suo interno un autonomo «
Ufficio politico investigativo», a capo del quale fu messo
Mario Carità. Era così nata la famigerata
«banda», la R.S.S., «Reparto dei servizi
speciali». Questo «reparto», ma
è più giusto chiamarlo
«banda», era formato da rottami umani d'ogni sorta,
delinquenti comuni colpevoli di reati gravi, ladri, rapinatori, evasi
dalle prigioni. Spazzatura che con l'adesione alla R.S.I. si
garantivano l'impunità per proseguire nelle loro imprese,
con in più mano libera per dare sfogo all'istinto sadico che
li pervadeva, perfettamente funzionale ai propositi della
repubblichetta di Mussolini e ai folli progetti di Hitler.
La banda aveva una organizzazione meticolosa, di sinistra efficienza,
autonoma fino al punto di avere una propria amministrazione. Ecco il
ritratto, come è riportato in «Salò
vita e morte della Repubblica Sociale Italiana», di Silvio
Bertoldi - Rizzoli Milano, 1976, pag. 252, di quel Mario
Carità che riempirà di terrore con le sue gesta
la città:
«Lombardo, figlio di ignoti, cresciuto a
Lodi, passa a Firenze dove si mette in luce nel 1920, intruppandosi con
gli squadristi. Trova un lavoro di piazzista, poi diventa elettricista
in un negozio di radio. Ma viene licenziato perche ruba e allora, forse
con i soldi rubati, apre un negozio per conto suo, che fallisce presto.
Si salva trasformando il retrobottega in una bisca e in un recapito per
avventure galanti: pagano per venirci e Carità incassa.
Quando scoppia la guerra, migliora ancora il singolare sistema di
campar la vita senza far nulla. Scopre che basta denunciare alla
federazione i sospetti di antifascismo, quelli che ascoltano radio
Londra. Diventa agente provocatore e spia».
Mentre Augusto C. Dauphine in
«Oggi», 1945 ci racconta:
«Già prima del colpo di stato del 25 luglio, egli
è noto, nei circoli federali e dell'OVRA, come elemento
fidato ed alacre. Ma è dopo l'otto settembre che, passando
ai tedeschi col suo reparto di legionari al completo, egli riceve il
premio più ambito ottenendo il comando di una formazione di
SS italiane.
Vestiva in borghese, ma a guisa sportiva: camicia
alla Robespierre e calzoncini corti. Sui capelli, nerissimi, spiccava
una candida ciocca in mezzo alla fronte, rivelatrice di anomalie del
sistema nervoso; questa fronte era bassa, il grugno suino. Notai subito
la bocca sensuale, carnosa, sul viso floscio e giallastro, lo sguardo
costantemente collerico, i pugni che stringeva continuamente parlando.
Il viso, di una asimmetria sconcertante, gli orecchi callos~, piccoli,
accartocciati, il mento prominente dalle favolose mascelle che
avrebbero fatto fare a Lombroso salti di gioia, e anch'io, per quanto
estraneo agli studi di medicina legale e sebbene distratto da altre
meditazioni, non seppi trattenermi dall'ammirare quello splendido
campione di delinquente. «Vi avverto -disse Carità
entrando subito nel vivo che vi sono due soluzioni per voi: o la
fucilazione alla schiena o la deportazione in Germania. Se direte
tutto, vi do la mia parola di vecchio soldato che mi
limiterò a farvi deportare in Germania».
Vale però la pena di approfondire un po' ai fini delle
vicende che verranno narrate in seguito, questo ritratto, e insieme
caratteristiche e scopi della banda Carità. Lo fa
esaurientemente Giovanni Frullini:
«Quarantenne, Mario Carità
conta tuttavia al suo attivo la partecipazione ad azioni squadristiche,
nonche più recenti servigi di delatore a danno di quei
clienti del suo laboratorio di radioriparazioni, in via Panzani, che
gli avevano confidato di ascoltare Radio Londra. Calati, dopo 1'8
settembre, gli invasori tedeschi, si era subito posto al loro servizio
ottenendo la promozione da centurione {capitano) a seniore {maggiore)
delle camice nere.
Il 15 ottobre gli si presenta l'occasione di dimostrare il proprio
valore guidando l'attacco contro una delle prime bande partigiane
formatesi sul Monte Morello, ma dalla prova in campo aperto ritorna
alquanto scornato. A mettersi in luce, nella stessa circostanza,
è invece Giovanni Checcucci, già condannato dal
Tribunale Speciale e capo del gruppo di partigiani sorpreso a riposarsi
nella cappella di Ceppeto: con una sortita che disorienta gli
attaccanti e sacrificandosi, permette ai compagni di mettersi in salvo.
Checcucci diventa cosi il primo caduto della Resistenza
fiorentina. In questa operazione i fascisti perdono il camerata Gino
Cavari.
Fallito come condottiero, due giorni
più tardi Carità passa, con più
peculiari garanzie di successo, alla carica di capo dell'Ufficio
politico investigativo della 92 legione della Guardia Nazionale
Repubblicana. La GNR è semplicemente la metamorfosi della
MVSN, con l'aggiunta della PAI (Polizia per 1 'Africa Italiana) e dei
CCRR, carabinieri, che però conservano una certa autonomia e
in molti casi collaborano o addirittura partecipano alla Resistenza.
Infatti, a distinguersi nelle azioni contro i partigiani sono i reparti
che più direttamente discendono dalla Milizia, affiancati
dal battaglione Muti, fondato e comandato da certo Giuseppe Bindi,
dalle Brigate Nere e un po' meno dalla X Mas del principe Junio Valerio
Borghese che a Firenze ha come reclutato re il tenente di vascello
Buttazzoni al quale obbedirà per qualche tempo anche il
guardiamarina Renato Venturini, prima di passare alla Resistenza. La
caratteristica che invece verrà assumendo il reparto
comandato da Carità, è quella di una banda di
spie e torturatori che, senza alcun limite nei metodi e nei mezzi,
agirà spietatamente contro l'organizzazione clandestina
nella città, con una certa autonomia anche nei confronti
delle autorità tedesche interessate a lasciare ai fascisti
la responsabilità degli atti più nefandi che sono
tuttavia necessari al mantenimento del loro regime di occupazione.
La banda Carità cambia più volte sede, aumentando
i membri e l'attività, a cominciare da una villetta,
requisita ad una famiglia israelita, al numero 22 di via Benedetto
Varchi, per passare successivamente nella villa Malatesta in via Ugo
Foscolo.
Anche nel Parterre di piazza Costanzo Ciano (attualmente piazza della
Libertà) essa dispone di qualche locale, così
come di alcune camere nei lussuosi hotel Savoia ed Excelsior, ma dal
gennaio del 1944 la sua sede principale sarà il palazzo al
numero 67 di via Bolognese: il villino di via Bolognese
diventerà la « Villa Triste» per
eccellenza.
E’ dei primi giorni del novembre 1943, la testimonianza di
Giovanni Fattirolli a parlarci del «collaudo» della
«filiale» di via Foscolo, i fratelli Gianassi, Gino
e Luigi, assieme all'avvocato Zoli e i figli, sperimentano il villino
di via Benedetto Varchi.
Infine, la definitiva «Villa Triste», in via
Bolognese al numero 67, in un fabbricato che era stato requisito dai
tedeschi che vi avevano installato la loro polizia politica ed il cui
sottosuolo era adibito a prigione.
Qui la banda, la cui denominazione ufficiale è ora RSS
(Reparto Servizi Speciali), si appropria del sotterraneo per le sue
più nefande operazioni di tortura, mentre divide i primi due
piani dell'edificio con lo Sicherheintdienst (SD servizio di sicurezza
tedesco) con a capo il capitano von Alberti, che non sono le SS o la
Gestapo con le quali viene spesso scambiato.
Tra i suoi più feroci esponenti i
capitani Gold ed Hermann, il tenente Mannein, i marescialli Rabanzer e
Fienne, gli aguzzini Niedermayer, Moroder, Muller, Mamay, Auffiner. Non
mancano i collaborazionisti italiani, fra i quali spiccano quali
ufficiali di collegamento il capitano Remo Del Sole e il tenente
Giovanni Castaldelli.
Castaldelli è un ex prete che
è degnamente affiancato da due monaci benedettini: padre
Ildefonso, al secolo Epaminonda Troia, e don Gregorio Boccolini,
cappellano delle SS e fanatico propagandista del nazifascismo. Anche il
capitano von Alberti segue la tattica di delegare ai camerati fascisti
i servigi più infami, sebbene per alcune squadracce sia
difficile distinguere la loro appartenenza allo SD o allo RSS.
Fra queste vi è la «squadra degli
assassini», comandata da Erno Manente e composta da Alfredo
Fratini, Alfredo Lisi, Mario Bacati, Bruno Cinelli e Walter Spessotto;
la «squadra della labbrata», comandata dal tenente
Mario Perotto che ha alle proprie dipendenze Nello Billocci, Elio
Cecchi, Dino Cappelli, Silvano Innocenti, Giorgio Biadi, Spiridione
Castellani, Arnolfo Cruicchi, Roberto Merendoni, Giorgio Nannucci,
Corrado Rossi, Pier Giovanni Simonini, Arrigo Masi {il popolare comico
Ghigo Masino), Francesco Belluomini e Olesindo Selmi; infine, i
cosiddetti «quattro santi», ovvero Natale Cardini,
Valerio Menichetti, Luciano Sestini e Arnolfo Natali.
Ma l'articolazione della banda Carità
è ancora più vasta, comprendendo uno stato
maggiore nel quale spiccano Pietro Koch e Ferdinando Manzella; alcuni
addetti agli interrogatori fra i quali brillano per sadismo i tenenti
Vinicio Bellesi e Giovanni Martucci; una manica di spie del calibro di
Averardo Mazzoli, Nello Nocentini e Vittorio Sorbi; un corpo di guardie
per la persona del capo, comandato da Valentino Chiarotto; e altri
addetti ai servizi vari, dall'amministratore Giovanni Faedda al
garagista Amerigo Mazzocchi, dal cuoco Roberto Ventagli all'autista
personale di Carità, Antonio Coradeschi.
Arduo sarebbe calcolare il numero delle persone
che in misura diversa hanno sperimentato come arrestati, o anche
semplicemente come indiziati, il funzionamento di questo apparato
repressivo, uscendone in molti casi marchiati a vita nel fisico,
talvolta per essere fucilati, più spesso per finire nei
lager tedeschi, attraverso il campo di concentramento di Fossoli,
raramente per farne ritorno. Ben pochi deportati riusciranno a evadere
durante i trasferimenti, come nel caso di Gilda Larocca, oppure di
Orsola De Cristofaro e del capitano d'aviazione Giuseppe Cusmano, i
quali troveranno anche il modo di reinserirsi nella lotta: la prima a
Bologna e il secondo in una formazione partigiana del Veneto. Comunque,
si può affermare con certezza che la banda Carità
riuscirà a neutralizzare un numero di combattenti della
Resistenza maggiore che non altri reparti nazifascisti; talvolta
mettendo le mani su interi gruppi anche qualificati.
Come quando, fin dai primi giorni della propria
attività, è riuscita a fare con il primo comando
militare istituito dal CTLN, grazie a una spia che, dopo aver ingannato
il tenente colonnello Guido Frassineti, organizzatore tecnico di tale
comando, ha potuto procurare i documenti che hanno consentito l'arresto
di tutti i suoi componenti, più alcuni collaboratori
sorpresi nella stessa casa di via Masaccio. Riescono a sottrarsi
soltanto il liberale Aldobrando Medici Tornaquinci, assente dalla
riunione, e il comunista Alessandro Senigaglia che sfugge alla cattura
grazie alla propria abilità. Vengono arrestati, oltre a
Frassineti, il generale Salvino Gritti, il colonnello Leonardo
Mastropierro, il giudice Paolo Barile {che viene anche ferito), il
capitano Vasco Baratti, il professor Raffaello Ramat e l'avvocato Adone
Zoli con i figli Giancarlo e Angiolo Maria»".
" Giovanni Frullini «La liberazione di
Firenze», Sperling e Kupfer, Milano, 1982, pagg. 26-28. I
La fine di Carità
Quando intuisce che la resa dei conti è
vicina, ai primi del luglio 1944 {sembra il 5 o il 7, ma la data non
è certa) Carità scappa al nord. A Padova continua
il suo «lavoro». Al momento del crollo definitivo
del fascismo Carità sparisce, fino al maggio 1945, quando
gli americani entrano armi alla mano nella stanza di una pensione dell'
Alpe di Siusi, in Alto Adige, dove il «maggiore» ha
creduto di essere al sicuro.
Al momento dell'irruzione è a letto con l'amante; appena
vede le divise alleate afferra la pistola che ha ovviamente a portata
di mano e spara subito alla donna che è con lui,
probabilmente per togliere di mezzo una pericolosa testimone a suo
carico. Riesce anche ad uccidere un soldato americano. Infine,
finalmente, una sventagliata di mitra lo giustizia.
I1 18 luglio 1945 il quotidiano “Il
Nuovo Corriere” pubblica l’elenco dei componenti la
“Banda Carità” e le loro attribuzioni:
Stato maggiore: cap. Roberto Lewley, vice
comandante servizio spie; ten. Pietro Koch; Ferdinando Manzella; ten.
Armando Tela; ten. Eugenio Varano, aiutante; col. dell'areonautica
Gildo Simini.
Gli interrogatori erano affidati a: Vinicio
Bellesi; Giovanni Castaldelli; Giovanni Matteucci; Aldo Castellari;
Renato Gabrielli; Jacopo Matteucci; Aldo Matteini.
Guardie personali di Carità Valentino
Chiarotto, capo guardia; Giovanni Maccarone; Torquato Piani; Romolo
Massai; Antonio Coradeschi. Carceriere: Umberto Carone;
Informatori: Dino Castellani; Amedeo Fogli; Ettore
Melani; Giuseppe Corsi.
Spie: Averardo Mazzoli; Ugo Cialdi; Raffaello
Giunti; Renzo Merciai; Romualdo Merciai; Nello Nocentini; Aroldo
Senesi; Vittorio Sorbi; Renato Simini; Remo Del Sole.
Rastrellamenti e spedizioni punitive: Ferdinando
Bacoccoli; Tommaso Bernacchi.
Squadra «Perotto», meglio nota
come «squadraccia della labbrata»: Mario Perotto;
Nello Billocci; Elio Cecchi; Dino Cappelli; Silvano Innocenti; Gorgio
Biadi detto il «fattore»; Spiridone Castellani;
Arnolfo Cruicchi; Roberto Merendoni; Giorgio Nannucci; Corrado Rossi;
Pier Giovanni Simonini; Arrigo Masi; Francesco Belluomini; Olesindo
Salmi.
Squadra «Manente», meglio nota
come «squadraccia degli assassini», operante
insieme alle SS tedesche: Erno Manente; Alfredo Lisi; Mario Bacati;
Bruno Cinelli; Walter Spessotto. I cosiddetti «Quattro
Santi» al servizio delle SS tedesche erano: Natale Cardini,
Valerio Menichetti, Luciano Sestini, Arnolfo Natali.
Questi sono solo alcuni, i più
direttamente responsabili delle atrocità commesse dalla
banda, dei subalterni di Carità. Al processo di Lucca gli
imputati furono in tutto 178, molti dei quali assolti per insufficienza
di prove.
Fra quelli citati anche quel Koch, allievo di
Carità e poi aguzzino in proprio fuori Firenze, quel
Manzella ucciso dopo, in Alta Italia, dai suoi stessi complici
perché accusato di rubare perfino a loro.
I carnefici
di Salò
un commento di Franco Giustolisi al libro di Primo
de Lazzari,
"Le Ss italiane", Teti Editore, pp.227,
€ 10
Primo de Lazzari nel suo libro antologico ci
ricorda gli orripilanti misfatti delle Ss italiane. Lettura da
consigliare vivamente ai revisionisti di oggi.
Divisa tedesca. Armi tedesche. Sul cinturone la
sinistra fibbia con il teschio incrociato dalle ossa. L'unica
differenza: le mostrine rosse sulla giubba.
Uccisero i loro connazionali a Sant'Anna di Stazzema, a Marzabotto, a
Fivizzano, a Bucine, a Cavriglia, a Civitella della Chiana e altrove.
Ci sono le testimonianze dei sopravvissuti che hanno raccontato il loro
stupore sentendo quei massacratori parlare la loro lingua, qualche
volta addirittura con inflessioni locali. Si avventarono con i loro
simboli di morte, che fecero diventare effettivi, su bimbi in fasce che
potevano essere loro figli. Su donne che potevano essere loro madri o
sorelle. Su vecchi, dell'età dei loro padri, che forse non
erano mostri, ma mostri generarono. Sono, anzi erano, per fortuna, le
Ss italiane. Ne scrive in un libro che riporta appunto questo titolo
"Le Ss italiane", Primo de Lazzari. E' una sorta di antologia: contiene
tutte le notizie possibili su questo tragico e squallido passato, molte
tratte da pubblicazioni già note, alcune inedite.
Oggi che si tenta disperatamente di dar corpo ad
un revisionismo altrettanto tragico e squallido, è
essenziale leggere o rileggere quel che fu la republichetta di
Salò. Anche assai recentemente ci hanno provato con uno
sceneggiastro, "La guerra è finita". Sua tesi di fondo:
c'erano i buoni e i cattivi in un versante e nell'altro. A parte
l'ovvietà di una simile considerazione, da un punto di vista
storico e politico insieme, la risposta non può essere che
univoca: quelli, le Ss italiane e gli altri delle tante bande, erano
tutti criminali. Si dice, si è detto che fu la reazione
degli onesti - ma trovo questo termine improponibile assegnato a loro -
la reazione al tradimento del re e di Badoglio: quell'aver rovesciato
Mussolini, quell'aver proclamato l'armistizio.
Se tradimento vi fu, e vi fu, è stato
quello di aver abbandonato, come fecero i Savoia e i loro cortigiani, i
nostri soldati senza direttive, senza ordini. E di questo hanno
risposto al popolo che ha cancellato per sempre la monarchia dal nostro
paese.
Ma quegli assassini, le Ss italiane e gli altri,
tutti, assassini o complici di assassini, nessuno escluso compreso un
ministro dell'attuale governo che si vanta del suo passato, in nome di
chi sterminavano civili, torturavano e impiccavano partigiani? In nome
della civiltà offesa, dei trattati calpestati? Hitler e
Mussolini: due dittatori, non avevano il diritto di parlare a nome di
nessuno. La civiltà e i trattati furono loro due a
calpestarli.
Chi ha cercato malamente di coprirsi con
così alti concetti, quelli della lealtà e della
continuità, è nel migliore dei casi un illuso; ma
rimane, come gli altri, anche un assassino. Delle centinaia di migliaia
di prigionieri italiani, dai seicento ai settecentomila rinserrati dai
tedeschi, in lager caratterizzati da condizioni disumane, solo
un'infima minoranza, poco più dell'uno per cento,
aderì, in molti casi anche per fame e per tentare
successivamente la fuga, (e molti furono per questo fucilati) alle
lusinghe del nazismo e del fascismo. Si calcola che le Ss italiane, in
parte arruolate anche in Italia, siano arrivate ad un massimo di
diecimila. Furono impiegate quasi esclusivamente nelle operazioni
antipartigiane e negli eccidi dei civili. Prima di arrendersi
immediatamente alle truppe alleate, macchiarono in modo indelebile ogni
concetto di onore, di umanità, di solidarietà.
Con ferocia inaudita si battevano contro coloro cui questo paese
è grato per aver consentito una pace meno spietata di quella
che il fascismo si sarebbe meritata, e per aver posto le premesse della
nostra costituzione: i partigiani.
Dal libro di de Lazzeri traiamo alcune pagine
significative: il giuramento dei legionari delle Ss, un profilo di uno
di loro, il maggiore Mario Carità e il sistema che
praticavano comunemente, cioè la tortura. Ma, attenzione,
questo non deve far pensare assolutamente che quelle descrizioni che
leggerete, siano eccezioni, casi limite. No. Le Ss italiane e i loro
commilitoni in camicia nera erano e sono, per chi vive ancora, tutti
assassini.
Il giuramento: «Davanti a Dio presto
questo sacro giuramento: che nella lotta per la mia patria italiana
contro i suoi nemici, sarò in maniera assoluta obbediente ad
Adolf Hitler, supremo comandante dell'esercito tedesco, e quale soldato
valoroso sarò pronto in ogni momento a dare la mia vita per
questo giuramento».
«La banda Carità: Dopo l'8
settembre 1943 fu costituito a Firenze un ufficio di polizia denominato
"Reparto di servizi speciali (Rss), nominalmente dipendente dalla 92a
legione della Milizia e diventato poi tristemente famoso come "banda
Carità" dal nome del suo comandante, il seniore Mario
Carità. Costui, nato a Milano nel 1904, poco più
che quindicenne si era già reso noto a Lodi, ancor prima
della marcia su Roma, per aver partecipato alle violenze delle squadre
fasciste di Luigi Freddi. Allo scoppio della seconda guerra mondiale
aveva preso parte alla campagna di Grecia al comando di una compagnia
di camicie nere. Componevano lo stato maggiore della banda il capitano
Roberto Lawley, il tenente Piero Koch, Ferdinando Manzella, il
colonnello dell'aeronautica Guido Simini, i tenenti Armando Tela ed
Eugenio Varano.
Complessivamente, con tutte le sue squadre, i
servizi e i collaboratori, la banda era composta da circa 200 persone,
178 delle quali furono poi imputate per vari omicidi e torture al
processo celebrato dopo la Liberazione: gente d'ogni specie, per lo
più delinquenti comuni già condannati per furti,
rapine, scassi e altri delitti. Facevano parte della stessa due
sarcerdoti: un frate, padre Ildefonso, al secolo Alfredo
Epaminonda Troia, nato ad Arcinazzo, nel 1915, che era solito assistere
alle torture dei patrioti suonando al pianoforte canzonette napoletane o
l'"Incompiuta" di Schubert; e don Gregario
Baccolini, cappellano delle SS e propagandista del Partito fascista
repubblicano».
«Il Carità, scoperto alla
fine della guerra da una pattuglia americana in una casa dell'Alpe di
Siusi (Alto Adige), tentò di difendersi con le armi quando
due militari entrarono nel suo appartamento, ma questi non gliene
diedero il tempo, facendo fuoco prima di lui e freddandolo. Il resto
dei componenti la banda venne catturato dopo la Liberazione.
Processati alla Corte d'Assise di Lucca nel giugno
1951, alcuni di essi furono condannati all'ergastolo, altri a pene
minori, altri ancora assolti per insufficienza di prove, o con formula
piena...» (Ma intervennero condoni e amnistie varie che
abbreviarono enormemente i tempi della pena, n.d.r.).
La tortura: «...Si cominciava dal
mettere gli arrestati in condizione di non difendersi: ammanettati,
incatenati, legati alle seggiole, appesi agli uncini; poi, su queste
vittime, inermi ed inerti, cominciava la gragnuola delle percosse... Si
cominciava con gli schiaffi e coi pugni, poi Carità si
metteva i guanti del pugilato con liste di piombo, oppure il pugno di
ferro, o il famoso anello acuminato che feriva come uno scalpello. E
poi venivano gli strumenti: mazze, bastoni, frustini, staffili, fruste
terminate da pallottole di piombo; e poi sul corpo denudato delle
vittime il pestaggio eseguito con scarponi chiodati da veri esecutori a
turno, unghie divelte e piedi e mani rovesciati; spilli infissi tra
l'unghia e la carne; dita scarnite a furia di percosse, o macerate
dagli scarponi; vegliare in piedi ininterrottamente per sette giorni e
sette notti (Anna Maria Enriques), stare una settimana senza bere, come
insieme, con tutti gli altri strazi toccò al Bocci;
ingurgitare acqua bollente da un imbuto introdotto a forza nella bocca
(Petrini); lobi e padiglioni delle orecchie attanagliati con pinze;
labbra tagliuzzate col pugnale, stiramento dei testicoli, le piante dei
piedi sistematicamente staffilate. Ognuno di quella congrega di
malviventi faceva a gara per trovare sistemi più raffinati,
per superare il collega in ferocia o in spirito inventivo....
Nodi insanguinati, la corda intorno alle tempie,
il cerchio di ferro che stringeva la testa fino a fare svenire. La
"scatolina con l'animaletto": lo scarafaggio dentro il barattolo
applicato allo stomaco nudo: e le zampe uncinate e le mandibole che si
scavano una strada nella carne per uscire...".
Dalla sentenza contro l'SS tenente Odorico
Borsatti: "..per avere cagionato con sevizie la morte dei patrioti
Silvio Marcuzzi-Montes, Severino Stacul-Lupo e altri, fra cui il
commissario politico Poldo (Enrico Da Ponte, dirigente dei Gap) legato
con gli arti estremi a due cavalli posti in direzione opposta e poi
squartato dagli stessi, incitati con la frusta ad allontanarsi l'uno
dall'altro. In un solo giorno dieci patrioti sconosciuti furono
fucilati da un plotone comandato dal Borsatti». La punizione
inflitta ad uno di loro che aveva rubato.
«Lorenzo Belli: fu percosso a sangue,
gli furono legati i piedi alle mani posteriormente, messo ventre a
terra e torturato con ferri roventi, poi fu legato e lasciato per tre
giorni ad un palo, continuandogli le torture; gli fu cavato un occhio e
bruciata l'orbita con ferro rovente, messogliene un altro in bocca e
quando fu ridotto in fin di vita, condannato alla fucilazione, che fu
preceduta da un manifesto che ne annunciava l'esecuzione
perché servisse di monito del come la repubblica trattava i
ladri, ecc... E la gente commentava: "finchè rubò
agli altri ebbe premi e pace, ora che ha rubato al suo padrone vien
torturato e fucilato". Fu portato alla fucilazione legato su una sedia,
coperto testa e petto da un cappuccio perché non si vedesse
l'orrendo stato a cui era ridotto, e fu assistito pietosamente da un
sacerdote di S. Paolo».
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