Testimonianze

Sommario


Quei mesi nella Resistenza
una lezione di libertà

LA MEMORIA

di CARLO AZEGLIO CIAMPI


ARRIVAI a Scanno a metà settembre del 1943 quasi per caso; mi ci condusse un giovane ufficiale, come me fuggiasco, che avevo avuto occasione di conoscere dopo l'8 settembre a Roma, Nino Quaglione.
Quando egli mi disse che andava a Scanno, terra della sua famiglia, mi associai a lui, in due ricordi. Ero stato a Scanno per poche ore tre anni prima, quando da allievo ufficiale frequentavo la scuola di Pescara. Venimmo qui per fare una esercitazione di autocolonna da Pescara a Scanno in motocicletta.
Ricordavo Scanno perché sapevo che era diventato il luogo di confino di Guido Calogero. Arrivato qui mi fu facile ritrovare Guido, di cui ero stato discepolo nei miei anni alla Scuola Normale a Pisa fra il 1937 e il 1941.

Calogero, dopo l'arresto nel 1942 a Pisa, era stato confinato a Scanno e vi si era trasferito con la famiglia.
Dopo il suo secondo arresto nel luglio del 1943, che lo portò nel carcere di Bari, e la successiva liberazione il 27 di luglio, egli tornò subito a Scanno per riabbracciare la famiglia. Ebbi così la fortuna di frequentarlo assiduamente per sei mesi, dal settembre 1943 al marzo 1944.
Erano mesi bui, difficili ed io potei approfittare della sua vicinanza.
Era un uomo capace di mantenere una grande serenità anche nei momenti più drammatici.
Ricordo che in quell'inverno, tra le cose più care che aveva con sé, c'erano i manoscritti dei suoi volumi, poi pubblicati da Einaudi, su Estetica, logica ed etica, i manoscritti erano in copia unica e lui temeva di perderli con la guerra. Allora abbiamo cominciato a batterli a macchina: riportavano la data di ogni giornata di lavoro.
Ricordo che tentammo insieme di passare le linee attraverso la Maiella.
Poi ci dividemmo: a Calogero fu chiesto di rimanere nel territorio occupato dai tedeschi per svolgervi la sua attività politica; io il 24 marzo (il giorno delle Fosse Ardeatine) riuscii a passare le linee e ripresi servizio nell'esercito italiano.
I sei mesi trascorsi con Calogero furono estremamente intensi. Per me, così giovane, fu l'occasione di imparare da un grande nobile maestro, del quale divenni amico.
Ci insegnava i principi fondamentali del comportamento dell'uomo; prima di tutto il rispetto per gli altri. Oggi si parla spesso di tolleranza; non amo questa parola perché è un termine improprio, ma ciascun essere ha bisogno di conoscere e di essere pronto a lottare perché gli si riconoscano gli stessi diritti che noi riteniamo di dovere pretendere da tutti.
Ci insegnava inoltre che l'individuo ha un senso in quanto vive in una collettività e la base della collettività è il saper dialogare, il saper parlare, discutere e affrontare gli argomenti con libertà piena di convincimento delle proprie idee, con l'intendimento di farle affermare, ma pronto a riconoscere la ragione dell'altro e ad accettarla quando uno ne divenga convinto.
Questi i codici che ci insegnava Calogero nel suo comportamento.
Durante gli anni alla Normale, Calogero aveva pubblicato due libri fondamentali: "La filosofia della vita" (1936) e "La scuola dell'uomo" (1939).
Quest'ultimo libro è un vero e proprio manifesto della libertà. E' il libro con cui Calogero si rivolge ai giovani per mostrar loro come sia possibile uscire dal pessimismo dell'alternativa fra fascismo e comunismo.
La filosofia morale di Calogero è una morale concreta, di attuazione della libertà: prima dentro di noi, poi nella società. Calogero non perseguiva fini astratti, ma voleva realizzare i propri ideali nella società. Il richiamo continuo alla coscienza, criterio estremo della verità, era richiamo al senso di responsabilità dell'individuo, ne sottolineava il dovere di lottare per l'affermazione della libertà per sé e per gli altri, per cambiare la realtà.
Quella «religione della libertà» che avevamo appreso dai grandi italiani, a cominciare da Benedetto Croce.
Calogero c'insegnava a praticarla nella vita, avendo sempre presente che altrettanto importante del principio della libertà è il principio di giustizia, di giustizia sociale.
Il messaggio di Calogero è di dottrina civile. La norma superiore dello Stato è quella che regola i rapporti di convivenza. Calogero libera l'uomo dall'opportunismo e lo incardina su valori come il primato della coscienza, la civiltà come progresso dei diritti civili, come educazione al dialogo. Una testimonianza di questa visione è in un documento personale. Una lettera di Calogero a mia figlia, con cui egli accompagnava, nel 1975, il suo regalo di nozze: la ristampa della "Difesa del liberalsocialismo", da tempo esaurita, e una superstite copia dell'edizione originaria dell'ormai introvabile "La scuola dell'uomo".
Calogero aggiunge la traduzione di quattro versi in greco, che egli aveva composto per dar significato alla dedica del libro a sua moglie: «Quelle cose di cui ci convincemmo nelle nostre pacate discussioni,/ quello che apprendemmo dai nostri amati figli,/ quello che ci insegnò il condiviso tragitto della vita,/ accogli qui a testimonianza di una speranza immortale». La speranza immortale era quella del ritorno dal fascismo alla libertà.
E il proiettarsi della libertà e della vita verso il futuro, Calogero lo rendeva con un'immagine poetica e concettuale molto bella: sono i figli quelli dai quali abbiamo appreso, quasi invertendo il corso naturale delle cose.
In chi ha avuto la fortuna di essere stato allievo di Calogero il segno è rimasto profondo. Senza quell'insegnamento giovanile, la mia vita, la mia lunga attività nelle istituzioni fino ad oggi, sarebbero state diverse.
Per me è stato un maestro e un amico. Il maestro è per me colui che va al di là della disciplina specifica, che è capace di affrontare i problemi infondendo una visione della vita basata sui valori morali, che sa andare al di là della professionalità dell'insegnamento.
Da Guido Calogero ho imparato il rispetto dell'alterità, che non è tolleranza, bensì impegno perché i diritti degli altri abbiano uguale valenza dei propri.
Calogero vedeva il principio fondamentale della convivenza nel cercare di comprendere le opinioni e i bisogni altrui. Di qui l'importanza del dialogo.
Io credo che gli insegnamenti di Calogero siano il fondamento del modo di comportarsi: rispetto della dignità umana, onestà intellettuale, gusto del perché, dell'andare in fondo alle cose.
Nei miei lunghi conversari con Guido, tra le montagne abruzzesi, si parlava molto della responsabilità. Mi spiegava che la conoscenza è alla base dell'azione, ma aggiungeva che a un certo punto scatta, dando luogo all'azione, l'atto di volontà, atto autonomo che implica la responsabilità.
Non voglio cadere nella retorica, ma in un momento critico e drammatico, come era quello per l'Italia, bisognava assumersi responsabilità ed esserne consapevoli.
Nell'Italia di oggi, democrazia compiuta, orgogliosa della sua unità, fiduciosa e forte della sua vocazione europea, quei principi sono ancora validi.


La strage di Padulivo

Intervento di Giuliano Bellesi in Consiglio Comunale a Vicchio, nel trentennale dell’eccidio di Padulivo

Sembrava un giorno come tutti gli altri, trascorsi in una continua ricerca di nascondigli, per sfuggire ai rapinatori nazisti. Ma qualcosa nell’aria dava la sensazione opprimente e malinconica che il peggio stava per accadere. I l caldo era soffocante, e giù lungo la Sieve una leggera foschia nascondeva il via vai dei mezzi da guerra nazisti, cosa che si ripeteva ormai da tanto tempo. Erano circa le 13 quando, in lontananza, si udì il crepitare delle armi leggere, intervallato, di quando in quando, dalle scariche di mitragliere pesanti. In un primo tempo pensai che fossero normali esercitazioni, ma con il passare dei minuti il fuoco si avvicinava, finché, ad un certo momento, udii vicino l’urlo rabbioso dei tedeschi. Non ebbi il tempo di fare un passo che già la pattuglia comandata dal capitano Lulej aveva circondato la casa perquisendola. Ci presero così come eravamo e ci avviarono verso la villa di Padulivo. Strada facendo, per circa quattro chilometri sparavano a vista su qualunque cosa si muovesse, anche il fruscio di una lucertola sulle foglie secche attirava la loro attenzione.

Quando arrivammo nel piazzale della villa di Padulivo, davanti ai miei occhi si presentò uno spettacolo terrificante. Circondati da una cinquantina di paracadutisti con le armi spianate, stavano in ginocchio un centinaio di persone, con le mani sollevate verso il cielo, come ad implorare l’aiuto divino. Girai intorno lo sguardo e riconobbi Aurelio Menicucci. l’Ingegner Poggiali, la moglie del Menicucci in stato interessante, la Bargelli, il Galardi e tanti altri. Poi, improvvisamente, mi venne incontro un tedesco colossale urlandomi “Tu partigiano”. Mi sferrò un pugno tremendo che caddi a terra, intanto le pattuglie erano tutte rientrate con ranti ostaggi, in maggior parte donne, vecchi e bambini, e forse l’unica faccia da partigiano era proprio la mia, essendo uno dei pochi giovani fra tutti.

Inquadrati incominciammo a scendere i tornanti che da Padulivo portano ai paese. All’ultima curva proprio sul ponte messo di traverso, stava un tedesco della Wermacht, morto. A quel punto ci fermarono spostandolo vicino a l l a spalletta, poi il comandante impartì degli ordini che non capii. Vidi soltanto che presero due uomini, li portarono vicino al cadavere e spararono loro in presenza di tutti. Fu allora che ci rendemmo conto quale era la nostra fine. Il mesto corteo proseguì ancora

per cinquecento metri, poi ci fermarono, scansarono le donne ed i bambini e noi, tutti uomini adulti, venimmo messi in fila. Il comandante tedesco chiamò vicino un soldato che si esprimeva bene in italiano e ci fece dire che, per rappresaglia, dieci di noi dovevano essere fucilati. In tutti eravamo dodici. Vicino a me era Aurelio Menicucci e chiudeva la fila Giancarlo Rossi il quale, ancora ragazzo mi si gettò addosso urlando che non voleva morire. Dal gruppo delle donne venne ancora avanti un ragazzo che non conoscevo ed anche lui urlando diceva di non resistere.

Seppi dopo che era il Guzzi. Intanto la tremenda conta seguitava ed ognuno che il comandante indicava veniva portato via dalla fila e messo da una parte, sentii pronunciare il “neun”. Era quello vicino a me. Poi pronunciò “zen” guardandomi in faccia con uno sguardo che niente aveva di umano. Ebbi un attimo di esitazione e quasi mossi il passo, ma nello stesso istante il comandante quasi con rabbia indicò il Menicucci rimandandomi indietro. I militari tedeschi si posero poi in semicerchio, con le armi automatiche in pugno, al centro prese posizione quel colossale tedesco con il bipiede ed il nastro dei proiettili strascicante per terra, ognuno di loro aveva sul volto un ghigno diabolico che non scorderò mai, come non scorderò mai i volti di coloro che stavano per morire, nella loro serenità, con lo sguardo fisso nel vuoto, direi quasi con un sorriso di scherno sulle labbra. Erano uomini di ogni ceto, contadini con le mani ancora sporche di terra, perché presi così barbaramente, mentre inconsapevoli accudivano alle loro faccende nei campi; operai che abbandonato il posto di lavoro in città od in paese si erano rifugiati quassù per non collaborare con i nazisti, proprietari terrieri che avevano ospitato nelle loro case chi in quel momento casa non aveva,ed anche una donna era fra loro, la signora Bargelli. I loro volti non erano stravolti, non erano volti di condannati a morte, erano sereni, tutti uniti ed insieme incontro allo stesso destino, si consolavano fra di loro e si abbracciavano.

Poi, ad un certo punto, si alzò la voce del Galardi che urlava: “Facciamo vedere a questi luridi vermi come muoiono gli italiani” e prendendosi la camicia con le mani e strappandola porse il petto nudo in faccia ai tedeschi. Non finì la frase che già la prima raffica si abbatteva su di loro. Non udii un grido di dolore, vidi soltanto cadere molti di loro i n un ammasso di corpi sanguinanti, quei pochi che seppur feriti ebbero la forza di tentare l’ultima fuga, furono raggiunti dalla parte opposta del fiume dai proiettili del bipiede, che sventagliava a destra e a sinistra senza dare scampo a nessuno. I miei occhi videro giungere quei proiettili sulle schiene in fuga e disegnare prima una piccola, poi sempre più grande, macchia rossa di sangue come un garofano che sboccia, forse a simboleggiare la vicina liberazione. Poi furono abbandonati, distesi sulla polvere della strada, come la più immonda delle bestie. Invece erano uomini, erano esseri umani, erano amici cari, erano padri e madri di famiglia, gente del popolo che come sempre paga la libertà con il duro prezzo della vita.

Successivamente riprendemmo la marcia e giù fino a Ponte aVicchio, mi consegnarono sulle spalle una cassetta di munizioni. Al mio fianco camminava l’allora piccolo Guzzi che, parlando con me, stava maledicendo i tedeschi. Probabilmente uno di loro sentì e presami di sulle spalle la cassetta di munizioni la mise addosso al ragazzo, senza ascoltare le mie rimostranze, facendogliela portare per quasi un chilometro.

 

Ricordo dell’eccidio di Padulivo dell 'A.N.P.I. di Vicchio

Il 10 luglio 1944, verso le ore 10 antimeridiane, si presentava alla fattoria di Padulivo un reparto SS composto da una sessantina di uomini, sembra appartenente alla Divisione “Goering”, allo scopo di requisire bestiame ed altro.

Detta fattoria, situata alle pendici settentrionali di Monte Giovi e distante 5 km. da Vicchio, era divenuta negli ultimi tempi come un piccolo villaggio, avendo il proprietario e dirigente di essa, dott. Aldo Galardi, concessa ospitalità a circa 150 sfollati del paese di Vicchio.

Gli ufficiali del reparto, come in altre analoghe occasioni, chiesero vitto per loro e per la truppa e passarono poi nella villetta abitata dal proprietario insieme ad un suo cugino con moglie e due figlie, sfollati da Firenze, per lavarsi e di lì dirigere i loro uomini che visitavano la zona. Durante la colazione si presentava un soldato ed un tedesco avvertiva che in una stalla erano srari trovati escrementi freschi di cavallo senza tuttavia avervi trovato l’animale e che, interrogata una donna, aveva saputo che il cavallo era stato portato via da un gruppetto di partigiani poco prima che giungessero i tedeschi. La cosa era vera ed il cavallo apparteneva ad uno sfollato di Vicchio.

Fu allora imposto alla donna che aveva parlato, di andare a recuperare la bestia, diversamente sarebbe stato appiccato il fuoco a tutte le case della zona. E, dopo un’ora, la donna tornò col cavallo e lo consegnò ai tedeschi.

Chiuso l’incidente i tedeschi s’incamminarono per la via del ritorno portando con sé tutto quello che avevano requisito, sennonché, giunti a circa 1 km. di distanza, caddero in un'imboscata tesa loro dai partigiani i quali, anche per vendicarsi del cavallo perduto, spararono una raffica di fucileria sul gruppo uccidendo un tedesco e ferendone un altro e quindi si  dileguarono. I tedeschi risalirono precipitosamente alla villa di Padulivo portandovi il ferito che veniva subito medicato con l’aiuto del Galardi, il quale metteva a disposizione fasce e disinfettante e tutto ciò che occorreva.

Immediatamente dopo essi operavano - con modi barbari - l’arresto di tutti coloro che capitavano tra le mani, non risparmiando vecchi, donne, bambini e lo stesso Galardi. Riunirono quindi tutti gli infelici nel piazzale antistante la villa, facendoli assistere all’incendio generale di tutto l’abitato circostante. Non paghi di ciò, incolonnavano in maniera bestiale tutti i malcapitati (un centinaio di persone) e li avviavano verso Vicchio. Giunti sul luogo ove era stato ucciso il tedesco, procedevano, sotto gli occhi inorriditi dei parenti al cinico assassinio, a colpi di mitragliatrice, di ben 10 uomini e della povera donna che aveva recuperato il cavallo, facendo poi rotolare i cadaveri nel fosso sottostante.

Fra le vittime erano compresi: il proprietario e dirigente dott. Aldo Galardi, suo cugino Pietro Bastianelli, l’ingegnere del Comune di Vicchio Renato Poggiali, Aurelio Menicucci, pure di Vicchio, e vari altri fra contadini del posto e sfollati.

Un episodio raccapricciante fu l’uccisione della prima vittima: il contadino Antonio Gabellini trentaquattrenne, padre di quattro figlie, il quale, tenendo in collo la piccola e l’altra di due anni, si stringeva alla moglie che, a sua volta, aveva altre due bambine avviticchiate addosso. I soldati tedeschi gli strapparono le piccole di braccio gettandole ad una donna vicina, lo spinsero ferocemente in avanti e lo mitragliarono, cosicché il poveretto ebbe la testa quasi divelta dal corpo. Inorriditi e straziati dal dolore, i superstiti, fra i quali la Signora Bastianelli con le due piccole figlie che avevano assistito esterrefatte all’uccisione del proprio padre e marito e del cugino, venivano spinti dai carnefici fino al Ponte a Vicchio e rinchiusi i n una lurida stalla ove, durante la notte, specialmente le donne, venivano molestate ed avvisate che all’alba sarebbe stato fatto “caput” a tutti quanti.

Il giorno dopo invece, dopo un’interrogatorio, venivano rilasciati ad eccezione di quattro uomini e di due ragazze più una sposa che aveva il marito prigioniero di guerra, che essi trattennero dichiarando essere loro utili per fare da cucina. Martedì 11 luglio i tedeschi tornarono di nuovo nella zona e dopo essersi Fatti aiutare a caricare il bestiame requisito, nello stesso luogo ove il giorno avanti avevano trucidato gli altri, ammazzarono a colpi di mitragliatore i quattro uomini trattenuti fra i quali vi erano i due fratelli Zagli e l'anziano Giovacchino Parigi, unico uomo conducente un podere, avendo figlioli prigionieri in Germania.

Inoltre, una delle ragazze trattenuta il giorno prima, veniva ricondotta adducendo che "non era buona" e in cambio veniva presa un'altra giovane sposa avente anch'essa il marito prigioniero.

É da ritenersi che i tedeschi fossero saliti sulle colline di Padulivo male intenzionati, essendo a loro conoscenza che detta località veniva frequentata da partigiani accampati sulle pendici del Monte Giovi, infatti essi capitavano per rifornirsi e per ascoltare la radio, tantoché il Galardi non solo aiutava loro, ma anche soldati inglesi prigionieri evasi.

     

    Le vittime:

    1 ) Bastianelli Pietro nato nel 1908

    2) Calzolai Valeriano, nato nel 1896

    3) Fibbi Attilio, nato nel 1901

    4) Galardi Aldo, nato nel 191 1

    5 ) Gabellini Antonio, nato nel 1906

    6) Giudici Maria, nata nel 1906

    7) Gottardi Renzo, nato nel 1923

    8) Landi Annibale, nato nel 1906

    9) Menicucci Aurclio, nato nel 1900

    10) Parigi Giovacchino, nato nel 1884

    11) Poggiali Renato, nato nel 1902

    12) Santoni Nello, nato nel 1913

    13) Zagli Ettore nato nel 1928

    14) Zagli Nello. nato n e l 1925

    15) Bianchi Mario, nato nel I923 (morto nel '48 a seguito delle ferite riportate)


La fortuna caduta dal cielo

di Fabio Bartolini

 

Era una mattina d’autunno  del 1942. quando nei cieli del Mugello  si udì’ un rumore sordo e poco conosciuto dalla popolazione di quei luoghi. Un aereo da trasporto tedesco..…avanzava lento.
Si stava accingendo ad attraversare gli Appennini, giunto ai primi contrafforti di quest’ultimi si imbatté in una fitta nebbia.
A pochissimi chilometri da un borgo abitato  urto’ uno dei tanti speroni di roccia di quella zona. finendo rovinosamente ai piedi dello stesso disseminando rottami e  tutto il carico.
Gli abitanti del luogo  accorsero richiamati  dal boato e giunti sul luogo  trovarono  gli aviatori  malconci, ma vivi . furono immediatamente trasportati in paese per le prime cure. Per quanto riguarda il numero dei componenti dell’equipaggio ci sono dei pareri discordanti, 3-4 uomini.
Fra l’equipaggio vi era anche un ufficiale italiano. Costui dopo la  fine del conflitto  ritornò in questi luoghi  per trascorrerci il resto dei suoi giorni ;“chissà’ perché”.

Ma adesso torniamo ai fatti, molte persone raggiunsero il luogo dell’incidente:  chi aveva mai visto un aereo anche se distrutto ?
Ma il luogo dell’incidente era  sorvegliato dai carabinieri o chi per loro. Adesso veniamo alla parte di leggenda o verità, a voi la scelta. L’aereo era partito dall'Africa e il carico pare fosse composto  da zucchero ed arance, tra le arance e lo zucchero c’era una borsa contenente, si dice, anelli d’oro  in gran quantità’.
Il prezioso carico fu ritrovato da una famiglia che abitava  nelle vicinanze, e come potete  immaginare  la famiglia in questione risolse  tutti i suoi  problemi  per molti anni.  L’oro in questione  doveva  provenire dalla raccolta popolare ordinata da Mussolini : “oro alla patria “.
Luoghi e personaggi sono stati volutamente tralasciati per motivi di riservatezza..

Nel racconto sicuramente ci sono delle inesattezze, ma considerate che  i fatti si sono svolti 60 anni fa..Molte persone non ci sono più’ e atri non parlano volentieri di quei giorni….

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