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«Andare a Scarperia la non mi torna, son tutti birri e spie e limacorna»
L’adagio d’argomento mugellano in rima – sono fra l’altro due perfetti endecasillabi – compare nella ricchissima raccolta dei “Proverbi toscani” compilata da Giuseppe Giusti e Gino
Capponi e pubblicata la prima volta nel 1853 (seguirono poi molte ristampe con aggiunte e revisioni almeno fino al 1913). Il ritratto non proprio lusinghiero degli scarperiesi è spiegato dagli autori per l’ultimo
dei tre termini che li distinguono, cioè ‘limacorna’: “A Scarperia – si legge – è manifattura di coltelli e temperini, che hanno manichi di corno”. L’ossequio, per così dire, alla tradizionale attività artigianale
scarperiese è trasparente. Ma perché si tratterebbe di un paese di ‘birri’ e addirittura di ‘spie’? Ci si arriva facilmente se si pensa che Scarperia è stata sede vicariale, dunque sede anche di amministrazione
della giustizia, per circa quattro secoli, ossia dal 1415 fino al 1848 pur con le ovvie modificazioni di ordinamento e di giurisdizione che si sono avvicendate nel corso di un periodo tanto lungo (per i dettagli in
merito si può vedere adesso l’utile introduzione a “Gli statuti di Scarperia del XV secolo”, a cura di Vanna Arrighi, Edifir 2004, pp. 20-24). Si arriva insomma a ridosso della pubblicazione della raccolta di Giusti
e Capponi, e si può ben dire che quella registrazione del proverbio chiude e fotografa una lunga epoca in cui, oltre ai coltellinai (l’unica delle tre categorie ‘professionali’ elencate che oggi sopravvive), erano
evidentemente parte del panorama paesano figure che da sempre s’accompagnano all’esercizio della legge, e che dovevano evidentemente esser ben rappresentate attorno alla figura giudicante del Vicario. Inutile
spender parole sulle ‘spie’, i confidenti insomma, mentre a determinare meglio la figura del ‘birro’ calza alla perfezione (ed è anche piacevole da leggere) la definizione che ne dà il benemerito “Dizionario della
lingua italiana” compilato fra il 1865 e il 1879 da Niccolò Tommaseo e Bernardo Bellini: “Ministro manuale della giustizia, che aguata, cerca i rei o i sospetti, li prende, li custodisce, li conduce alla pena”.
Giuseppe Marrani
"Il Signor del Peglio", una storia del 1200
Che ci fa il Peglio, il monte dell'Appennino mugellano a nord – est di Firenzuola nel codice poetico più antico della letteratura italiana, il Vaticano Lat. 3793 scritto alla fine del 1200? È ricordato da Rustico Filippi, poeta comico fiorentino della fine del '200 (era del popolo di S.
Maria Novella) in un contesto assai divertente. Fra le rime di Rustico (alcune delle quali decisamente a carattere osceno) ci sono infatti anche tre sonetti, conservati dal codice uno dietro
l'altro, a proposito di un certo Cristofano, evidentemente un paraninfo, un combinatore di matrimoni, che Rustico sfotte perché va gloriandosi in giro per Firenze d'aver accordato a Diana,
una delle figlie di Cion del Papa (a noi altrimenti ignoto), un matrimonio da favola. In realtà, il censo del pretendente scovato da Cristofano è presto svelato: Rustico, nella seconda parte del
primo sonetto, si rivolge proprio al padre della futura sposa, Cion del Papa, e lo supplica di salvare dalla bancarotta, con la dote della figlia, il pretendente (di nome Bandino), il cui titolo di
conte, addirittura palatino, brilla in calce alle "scritte", cioè alle cambiali che è costretto a firmare per i debiti. Insomma un vero spiantato. I due sonetti che seguono rincarano la dose: Rustico,
per ventotto versi, snocciola ironicamente tutti gli squallidi pretendenti della Diana, di sua sorella, e persino dei figli di Cione che per certo, si aggiunge con sarcasmo, Cristofano mariterà ai
migliori partiti di Firenze.
È nella lista di pretendenti della Diana, esibita nel secondo sonetto, che viene fuori il Peglio; vi
compare infatti (v. 5) un conte Guido da Romena che – dice Rustico - "è segnor del Peglio". La comparsa di questo personaggio ha creato qualche imbarazzo ai critici che, fin dalla fine
dell'Ottocento, si sono occupati di questo sonetto, perché c'è la prova documentaria che l'imperatore Federico II (1194 - 1250) concesse proprio il Peglio in possesso agli Ubaldini, e
questo anni prima che fosse scritto il sonetto, che, dal momento che vi si nomina (v. 14) il Cardinale Ottaviano degli Ubaldini (che la tradizione vuole sepolto a Fagna), non può esser stato
composto dopo il 1273, l'anno cioè della morte del porporato; né peraltro mai risulta che i famosi Conti Guidi del ramo di Romena, signori appunto del Casentino (oltre che della Romagna
), siano mai entrati in possesso del Peglio. Rustico si è allora sbagliato? Difficile, considerata la potenza e la notorietà, nell'ultimo trentennio del '200, di famiglie come gli Ubaldini e i Conti Guidi
. La soluzione giunge se si considera il tono sarcastico e di scherno dei tre sonetti: il Peglio, e lo confermano le "rationes decimarum" – i registri medievali delle decime, cioè delle tasse –, era un
possedimento che rendeva assai poco a chi lo possedeva. Anche questo rampollo dei conti da Romena sarà stato dunque uno spiantato, e la conferma arriva subito, al verso seguente, dove si
dice che è interessato alla Diana "cagion de lo sterlino", cioè per via della dote! Insomma, alla
fine del Duecento a Firenze esser "signori del Peglio" equivaleva – sia stata questa un'invenzione di Rustico o un luogo comune – ad esser "signori d'un sasso".
Nota: I tre sonetti, Poi che guerito son de le mascelle, Buono incomincio, ancora fosse veglio, Il
giorno avesse io mille marchi d'oro, si trovano, commentati, alle pp. 170-181 della mia edizione dei Sonetti di Rustico Filippi, uscita sul n. LVII (1999) degli Studi di Filologia Italiana.
Giuseppe Marrani
Cristiano di Azinus Simonis de Scarperia e Iohanne Bonianni
Dal "Protocollo" di ser Lapo Gianni Ricevuti
Un atto notarile del 1328 dove compaiono due scarperiesi, forse i primi cittadini comuni di cui si sappia qualcosa.

Qui a sinistra, uno scorcio (un po' caotico a dire il vero) della Firenze trecentesca, che è poi il posto dove i due scarperiesi si erano recati per rogare
l'atto e dove il più giovane sarebbe stato per un anno a garzone. L’immagine è tratta dal “Libro del biadaiolo fiorentino”, 1325-50, Firenze, Biblioteca Mediceo-Laurenziana
Storie ordinarie di maggio a Scarperia, ma della Scarperia di quasi settecento anni fa, i cui abitanti,
artigiani e contadini, vivevano nell'orbita di una Firenze che lì, ventidue anni prima, li aveva voluti a presidiare il fronte con la signoria feudale degli Ubaldini. Uno
squarcio di vita quotidiana che si può leggere tuttora nel "Protocollo" di ser Lapo Gianni Ricevuti, notaio fiorentino da tempo ormai (anche se non unanimemente) identificato con quel Lapo Gianni a cui
i manoscritti attribuiscono rime affini a quelle dell'Alighieri e che per questo (e perché il suo nome è fatto nel "De vulgari Eloquentia" così
come in altre rime di Dante) s'è meritato d'esser incluso nel canone dei cosiddetti stilnovisti. Serve andare all'ultimo degli atti rogati presenti in quel "Protocollo" (ora conservato nell'Archivio
di Stato di Firenze), alla data del 24 maggio 1328: vi si legge di un tale "Azinus Simonis de Scarperia comitatus Florentie", dunque un Azzo di Simone o Simoni di Scarperia del contado
fiorentino, che proprio dal notaio Lapo Gianni s'era recato per stipulare un contratto al fine di piazzare il proprio figlio per un anno presso un "chiavaiolo", tal Iohanne Bonianni, "ad
adiscendam dictam artem", perché cioè il ragazzo imparasse l'arte. Cristiano, questo era il nome del giovane posto a garzone dal Bonianni "chiavaiolo" (unica parola in volgare del testo), ovvero
un fabbro abile in particolar modo nella fabbricazione di chiavi e serrature, un magnano che aveva casa e bottega a Firenze nel quartiere di San Salvatore. Alla presenza del notaio e dei
testimoni Andrea del fu Giovanni del popolo di Santa Maria Novella e di Segna di Dino del popolo di San Felice in piazza, il padre s'impegnava e prometteva "solemniter" (solennemente)
che il figlio avrebbe lavorato con lui per tutto il tempo pattuito e avrebbe fra l'altro conservato bene e nel rispetto della legge ogni masserizia, preoccupandosi inoltre di rimettere "omne tempus
fallatum". Seguono, per contro, gli impegni non meno solennemente presi dal "magister", dal mastro chiavaiolo nei confronti di Cristiano e di suo padre Azzo: insegnar l'arte al giovane
lealmente e senza frode ("sine fraude"), il che significa probabilmente insegnargli apertamente ogni tecnica ed ogni abilità necessaria a svolgere quel mestiere, nonché fornirlo delle spese
necessarie e del letto, assicurargli insomma d'abitare con lui per un anno in casa e di lavorare nella sua "apoteca", la bottega. Poche righe e due antichi personaggi ordinari, certo fra i primi di
cui si sappia qualcosa della Scarperia nel suo primo secolo di vita: uno spaccato comune di vita che fa intuire un paese i cui abitanti, contadini sottratti alle campagne circostanti, non possono
che ricorrere alle risorse del popolo fiorentino per formare i propri quadri artigiani.
Giuseppe Marrani
Nicola Lisi e “La gamba della Namur”
Gianfranco Contini, filologo e critico letterario fra i maggiori del secolo scorso, dovette avere
una particolare predilezione per il racconto “La gamba della Namur”, incluso dallo scrittore scarperiese Nicola Lisi (1893-1975) nella sua prima raccolta Arca dei semplici (1938), se non
molti anni dopo lo fece raccogliere e tradurre (insieme a racconti di Palazzeschi, Baldini, Zavattini, Moravia e altri) nell’antologia francese, da lui stesso confezionata, “Italie magique.
Contes surréels modernes” edita a Parigi nel 1946. A dire il vero “La jambe de Namur” (così il titolo in quell’antologia figura tradotto), non è il l’unico racconto lisiano lì incluso, ché anzi vi
compare persino una scelta di brani dal più famoso Diario di un parroco di campagna (1942). Sta di fatto però che al momento di confezionare per Sansoni, ventidue anni più tardi, l’antologia
“Letteratura dell’Italia unita, 1861-1968”, Contini lascia al solo “La gamba della Namur” l’onere di rappresentare il suo autore (pp. 961-67). Il racconto è singolare e accattivante: Jacopo,
scapolo e impiegato del Monte Pio, con una punta di vanagloria si attribuisce una non comune prerogativa che lo rende in qualche modo autorevole e lo distingue almeno dal giardiniere della
villa di Belvedere, Santi, uomo di scarsa esperienza di donne e dunque di maldestri giudizi in merito: «Con le donne capitate in paese, parlato non ci avrò parlato - era il suo detto preferito -
ma viste le ho viste tutte»” (ivi, p. 962). E difatti Iacopo è impegnato da tempo nel percorrere il viale che porta proprio alla villa di Belvedere, recentemente acquistata dalla moglie del duca
Brancani, una belga di Namur (Namen) che Jacopo spera appunto finalmente di scorgere per conoscerne la bellezza. Della duchessa riuscirà però solo a constatare la bruttezza “del corpo e
del viso”, salvo però adocchiare a suo fianco una figura “bionda, occhi neri e gambe armoniose rispetto all’alta statura” che lo fece innamorare. Jacopo scoprirà il giorno stesso d’essersi
invaghito della sorella della duchessa, donna di cui mai saprà il nome e che lui battezzerà con un esotico “la Namur”. Di lei, connivente una bucataia della villa, Teresa Mimmi, Jacopo otterrà
entro poche ore le calze, oggetto che l’indomani, ripartita per sempre l’inconsapevole amata, venererà come feticcio, tanto da partire immediatamente in calesse per Firenze, fino a via
Calimala, per acquistare al prezzo di cinquanta lire “una di quelle gambe, che aveva visto, calzate, nelle vetrine di certi grandi negozi”. La gamba, identica a quella “della più bella donna che
avesse mai conosciuto”, sarà fatta rivestrire da Jacopo di entrambe le calze e di una scarpetta rosa: così acconciata la gamba sarà oggetto dei colloqui amorosi e della beata contemplazione
serale di Jacopo, finché le due sorelle bigotte che con lui convivono, nell’attendere il giorno seguente alle pulizie pasquali, non scopriranno l’oggetto, finendo per considerarlo “il modello
della gamba di una amante di Jacopo”: nel timore che tale arnese così straordinariamente somigliante ad un arto vero sia “carne diabolica... strumento di peccato”, Regina e Oliva (questi i
nomi delle sorelle), seppelliranno segretamente la gamba finta nell’orto, e Jacopo, accortosi poco più tardi dell’ammanco, “con un sorriso ironico, canzonatorio, di amante soddisfatto” finirà
per concludere che “le spie del Namur sono riuscite a ripigliare la gamba”, ma dopo che questa, felicemente, “era stata sua per una nottata intera”. Fin qui la storia. Nelle brevissime note che
corredano l’antologia del 1968, Contini tenta anche però di superare la consueta reticenza del Lisi nel dichiarare l’ambientazione esatta, se mai la si è presupposta, delle vicende narrate. Nel
commentare il passo in cui si informa che Jacopo lavorava al Monte Pio, Contini infatti spiega (n. 4): “una sezione dell’attuale Monte dei Paschi (di Siena). Se Jacopo era impiegato a un’agenzia
bancaria, l’episodio deve svolgersi in una località minore ma di qualche rilievo (per esempio Borgo San Lorenzo)”. Basta però un’occhiata al primo dei due volumi de “L’ultimo Mugello”
edito a Borgo San Lorenzo nel 1994, per le cure di Aldo Giovannini, per trovar notizia (p. 235) di un concorso, bandito a fine del 1912, per alcuni posti vacanti proprio al Monte Pio che aveva
allora invece sede a Scarperia. Né di una sezione del Monte Paschi si trattava ma di una istituzione tutta locale e unica nel Mugello. Lo stesso Giovannini (che ringrazio) mi ha infatti
segnalato una pubblicazione edita dalla borghigiana tipografia Mazzocchi per i seicento anni della fondazione del paese (dunque del 1906) in cui si ricapitolano tutte le istituzioni scarperiesi, fra cui
appunto il Monte Pio, un banco di pegni che risulta fondato il 4 Gennaio 1706. Del resto sulla strada per Scarperia già metteva il fatto che Jacopo, la mattina in cui le sorelle seppellirono il
feticcio, si svegliò al suono delle ore dell’”orologio del palazzo municipale” (come non pensare all’orologio del Palazzo de’ Vicari?), e più che mai è eloquente l’origine della moglie del duca
Brancani (e dunque della favolosa Namur), ovvero, si è detto, belga proprio come belga era la Isabella che andò sposa al principe Marco Borghese proprietario della grande e bella villa del
Palagio a cui la “tenuta Belvedere” del racconto mi pare si rifaccia con minima dissimulazione. Tanto più che nello stesso vol. I dell’”Ultimo Mugello” (p. 242) è riportata la notizia - tratta al
solito dal “Messaggero del Mugello” - che il 24 Novembre 1909 si era aperto per la seconda volta presso il Tribunale fiorentino l’incanto per la vendita della villa del Palagio, appartenuta già
ai Marchesi Tolomei (e nel racconto lisiano il vecchio proprietario è, non casualmente, un marchese, seppur Alfonsi di cognome), poi finalmente acquistata proprio dal “Principe Don
Marco Borghese” (In figura lo stemma di famiglia). L’articolo rende conto anche dell’ansietà e
dell’eccitazione con cui i “buoni popolani” scarperiesi attesero di conoscere l’identità del nuovo proprietario, finendo per fornire così lo scenario ideale in cui lo Jacopo del Lisi dovette muoversi (non mi
sembra dunque neppure improbabile che il Lisi potesse immaginare la sua vicenda ambientata proprio in quei giorni). Il Mugello dai contorni evaporati, inesatti, la campagna sfumata dal Lisi maturo
nella mitica sequenzialità del lavoro agricolo e della ritualità liturgica, contiene per una volta (certo non l’unica) gli indizi per una sua riconoscibilità. La Scarperia che è lo sfondo palese, finanche inutile
da dichiarare, della Parlata dalla finestra di casa (1973), opera ultima del Lisi, traspare fin dalle sue prime prove letterarie: provincia satellite di una Firenze ignara di lei, campagna atavica traghettata
negli eventi primonovecenteschi con l’inerzia centenaria dei suoi abitatori, tanto che non stupisce che resti poi facile attribuire al loro
naturale immobilismo valore d’archetipo, che sia anche possibile proporre questo così locale racconto, che tale la rappresenta, al lontano pubblico d’oltralpe. Ma c’è di più. Di questo
racconto, grazie ad una testimonianza eccezionale, è rintracciabile l’abitudine colloquiale che lo presuppone, occasione squisitamente lisiana, quale ce l’ha descritta con vivida rappresentazione
sua cugina, Margherita Guidacci: «All’ombra di questo olmo [di casa Savi in Viale Dante a Scarperia]... si facevano delle conversazioni a cui Nicola partecipava molto volentieri... Bruno
[Savi] era un meraviglioso narratore orale e io ho sentito raccontare da lui delle storie che poi, trasfigurate, sono passate in certe pagine di Nicola: per esempio le storie... di un certo Iacopo,
che era un uomo bruttissimo ma in pectore si sentiva un dongiovanni e una volta aveva pronunziato una frase storica che a Bruno piaceva molto ripetere; aveva detto questo Iacopo:
“Tutte le donne che son venute in Scarperia, io, parlare non ci avrò parlato, ma vedere le ho viste tutte”» (M. Guidacci, in Nicola Lisi, un mugellano tra le due guerre, Atti del Convegno di
Scarperia, Palazzo de’ Vicari 25-26 Settembre 1987, Firenze, Arti Grafiche Giorgi & Gambi, 1990, p. 37).
Giuseppe Marrani
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